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Alatri - Santina Cimatti


NATA A: Celle, in provincia di Ravenna, il 7 giugno 1861, da padre agricoltore e da madre tessitrice.
CHI ERA: religiosa

VITA: nel 1889 si consacrò Suora Ospedaliera della Misericordia, presso la casa madre di San Giovanni in Laterano a Roma ed  assunse il nome di Suor Maria Raffaella. Dal 1893 lavorò presso l’ospedale di San benedetto ad Alatri, ma poi fu trasferita all’ospedale Umberto I di Frosinone, dove dal 1921 ricoprì anche l’incarico di Priora della comunità. Dal 1928 al 1940 ritornò ad Alatri, ricoprendo la carica di Superiora dell’Ospedale. Durante i duri anni della guerra si distinse per l’opera di conforto e di sostegno alla popolazione locale, nonché per l’aiuto medico che portò ai malati ed ai feriti. Quando ci fu il timore di un bombardamento alleato su Alatri, Raffaella, in collaborazione con il vescovo della città riuscì a far cambiare il piano strategico al generale Kiesserling.

Indebolita da un male incurabile dal 1943, trascorse gli ultimi anni facendo umili lavori e nella preghiera. Morì ad Alatri il 23 giugno 1945. Ottenne il nulla osta per la beatificazione il 17 novembre 1979, dopodiché venne beatificata il 12 maggio 1996. La Beata giace in una struttura nei pressi di Porta San Francesco, vicino al cadente ospedale vecchio.

Marco Vipsanio Agrippa

Marco Vipsanio Agrippa

Chi era: generale e uomo politico romano
Nato a: Arpino, nel 63 a.C.

Agrippa era di modeste origini. Era della stessa età di Ottaviano ed i due erano amici intimi dall'infanzia. Gli fu sempre a fianco dalla prima spedizione in Macedonia contro i Parti fin dalla sua ascesa all’Impero di Roma. Come governatore in Gallia, Agrippa domò gli Aquitani, pacificò i Germani. Ma le sue doti militari si rivelarono magnificamente quando con energia e rapidità seppe dare a Roma una base navale con la costruzione del Portus Julius (riunì i laghi di Averno e Lucrino) e una poderosa flotta. Al suo comando sconfisse Sesto Pompeo, vincendo nel 36 a.C. a Mylae ed a Naucholus, e annientò Antonio e Cleopatra ad Azio, nel 31. Agrippa ricevette l'onore di una corona navale per i suoi servizi in Sicilia. Si occupò, poi, delle Province Orientali con grandi successi.

Il suo cursus honorium iniziò con la pretura, poi fu per tre volte console ma non meno degna fu la sua opera di magistrato civile. Nel 33 a.C. fu eletto edile, adoperando le sue conoscenze di architettura a suo vantaggio, segnò il suo ruolo in questa carica effettuando grandi miglioramenti nella città di Roma, ristabilendo e costruendo acquedotti, ingrandendo e pulendo la Cloaca massima, costruendo bagni e portici, progettando giardini, teatri, portici, terme lussuose e monumenti che diedero alla città un volto imperiale.

Sue opere furono il Porticus Vipsaniae contenente la prima carta geografica mondiale (l’Orbis pictus) di cui aveva preparato i materiali, il pons Agrippae, la Basilica Neptuni e, infine, il Pantheon di Adriano, ricostruito secondo il progetto di Agrippa. Riporta nel frontone la legenda M·AGRIPPA·L·F·COS·TERTIVM·FECIT, che significa Marco Agrippa, figlio di Lucio, fece durante il suo terzo consolato. Inoltre diede uno stimolo alla pubblica esibizione delle opere d'arte. Come imperatore, Augusto più tardi vantò che "gli aveva trovato la città di mattone ma la aveva lasciata di marmo," grazie ai grandi servizi forniti da Agrippa sotto il suo principato. Di versatile ingegno Agrippa va ricordato anche come autore di orazioni e memorie. Morì nel 12 a.C. all’età di 51 anni.

 

 

Marco Tullio Cicerone

Marco Tullio Cicerone

Chi era: Oratore e uomo politico
La sua famiglia non era nobile, né un membro di essa aveva mai ricoperto a Roma cariche pubbliche: così che era davvero un homo novus Marco, quando iniziò la carriera dei pubblici onori.
Nato a: Arpino il 3 gennaio del 106 a.C. 
Morto a: Formia il 7 dicembre del 43 a.C

Studi effettuati: Trascorse la fanciullezza e l’adolescenza in Arpino, quindi si trasferì a Roma con la sua famiglia, che voleva dare a lui e al fratello Quinto un’educazione compiuta. A sedici anni, nel 90, indossò la toga virile e poco dopo militò sotto Pompeo Strabone nella guerra marsica. Poi riprese gli studi di diritto e cominciò a dedicarsi alla filosofia. Studiò prima coll’epicureo Fedro, poi coll’accademico Filone di Larissa, e quindi con lo stoico Diodoto, che entrò nella sua casa e vi rimase fino alla morte. Ebbe come maestri di eloquenza l’oratore L. Licinio Crasso e Molone di Rodi. Frattanto a Roma spadroneggiavano Silla e i suoi favoriti, e Cicerone, che già aveva fatto le prime prove difendendo in una causa di diritto privato un certo Quinzio (Pro Quinctio), accettò di difendere, contro un potente liberto di Silla, Sesto Roscio di Ameria (Pro Sexto Roscio Amerino), al quale avevano ucciso il padre e volevano, accusandolo dell’uccisione, toglierli anche l’eredità. Cicerone diede prova di coraggio e bollò a sangue tutti gli sgherri di Silla, che egli odiava, anche perchè compaesano e un pò parente di Mario.

Cursus Honorum: tornato dalla Grecia, dove si era recato per studiare retorica, sposò Terenzia e poi iniziò il suo cursus honorum. Fu eletto questore per il 75 e gli fu assegnato Lilybaeum (Marsala) in Sicilia. Dai Siciliani fu scelto a loro difensore contro Verre, che durante i suoi tre anni di pretura aveva spogliato in ogni modo i suoi amministrati. Verre e il suo difensore Ortensio tentarono di negare il diritto di accusa a Cicerone e di darlo ad un accusatore addomesticato, Cecilio. Ma l’Arpinate riuscì nel gennaio del 70 a far prevalere il suo diritto (Divinatio in Caecilium) e poi, in un’altra orazione (Actio prima in Verrem), accennò semplicemente ai capi di accusa. Allora apparve chiaro che non c’era scampo per Verre, il quale, per non essere pubblicamente svergognato, se ne andò in volontario esilio. Edile nel 69, pretore nel 66, console nel 63, Cicerone continuò ad esercitare l’avvocatura, difendendo M. Fonteio, Aulo Cecina, l’attore Roscio e finalmente la proposta del tribuno Manilio, il quale voleva che fosse affidata a Pompeo la direzione della guerra contro Mitriade, che veniva trascinata da Lucullo troppo per le lunge.

Andava intanto maturando a Roma un avvenimento eccezionale. Catilina aveva raccolto intorno a sè gli scontenti di ogni partito, formando con essi una specie di coalizione. Battuto nelle elezioni consolari del 64 e 63, essendo prevalsi gli interessi plutocratici della città, venuti meno i mezzi legali, Catilina fece ricorso alla violenza e ordì una congiura. Cicerone allora, raccolte tutte le prove contro di lui, lo accusò pubblicamente in senato, riuscendo a farlo condannare. Nel 58 un cesariano, Clodio, che aveva dei rancori personali contro Cicerone, eletto tribuno della plebe, fece approvare una legge colla quale si decretava l’esilio a chiunque avesse fatto uccidere cittadini romani senza concedere il diritto di appello al popolo.

Cicerone dovè andare in esilio prima a Tessalonica e poi a Durazzo. I suoi beni furono confiscati e la sua casa distrutta. Ma nel 57 gli fu permesso di rientrare a Roma, proprio nel momento in cui l’alleanza fra Cesare e Pompeo era divenuta assai salda, e a lui non rimase che accettare di entrare nel seguito dei due.

Opere importanti: riprese nel contempo le sue occupazioni di oratore e di letterato colle orazioni Pro Sestio, Pro Caelio, Pro Balbo, con opere di retorica e filosofia, come il De oratore, il De re publica e il De legibus. Molte volte, in questo periodo, egli assalì indirettamente Clodio, o svergognandone la sorella Clodia o colpendo i suoi amici; e quando nel 52 Milone, rappresentante dell’aristocrazia, uccise Clodio, Cicerone ne accettò la difesa, preparando un’orazione che è il suo capolavoro in quel genere. Ma il popolo era eccitatissimo, Pompeo non osò appoggiarlo e Cicerone non potè pronunciare la sua mirabile difesa. Milone fu condannato e si ritirò in esilio a Marsiglia.

Più tardi l’attività dell’arpinate si risvegliava, destando le apprensioni di Cesare e Pompeo, i quali trovarono il modo di allontanarlo da Roma obbligandolo per legge a recarsi come proconsole in Cilicia. Quando nel 49 tornò a Roma, trovò la città tutta assorta nella contemplazione di un astro che risplendeva sempre più sull’orizzonte politico, il vincitore delle Gallie, idolatrato da popolo, e tutta attenta a seguire lo svolgersi lento e inevitabile del contrasto tra Cesare e Pompeo, quest’ultimo tendente a sollevarsi al posto di estremo difensore della repubblica.

Cicerone in quei frangenti capì che dalle mani di Cesare e di Pompeo la repubblica comunque non sarebbe uscita salva; capì che prer l’uno serviva di scusa il popolo, per l’altro il senato; capì che era l’ambizione che metteva di fronte questi due uomini. Costretto a scegliere, dopo mesi di tentennamenti, si decise per Pompeo, che subito raggiunse a Durazzo. Dopo Farsàlo egli attese a Brindisi l’arrivo di Cesare, che aveva inseguito Pompeo in Egitto.

Nel settembre del 47 Cicerone andò incontro a Cesare che era sbarcato a Taranto, e fu accolto con simpatia e deferenza. Gli fu concesso tacitamente di vivere con una certa libertà, ed egli prima raggiunse Roma e poi errò con l’anima in pena tra le sue ville di Tuscolo e di Arpino, rattristato per il ripudi che fu costretto a fare della moglie Terenzia e per la morte della diletta figliuola Tulliola. Si sposò una seconda volta con una ricca giovinetta, Publilia, dalla quale fu costretto ben presto a separarsi. Cosi, rimasto solo col suo tormento di cittadino e di uomo, non gli restò che riprendere i suoi studi di filosofia e la sua attività di scrittore, dando alla luce L’Hortensius, gli Accademici, Il De Finibus Bonorum Et Malorum e preparando il materiale per gli altri trattati (Tusculanae, De natura deorum, De officis, ecc.). Ma il 15 marzo del 44 i congiurati pugnalarono Cesrae, facendo segnacolo di libertà il nome di Cicerone, il quale si illuse che la stirpe dei Bruti avesse liberato, come già una volta, Roma da un tiranno. Volle che i Romani si accorgessero ancora di lui e ne trovò l’occasione.

Credette Antonio nemico della patria, ma odiò più che altro gli atteggiamenti dittatoriali in un uomo che non aveva né la forza né la mente di Cesare. Lo combatté, scrivendo e recitando le meravigliose Filippiche, e quando Antonio, battuto a Modena, seppe accordarsi col giovane Ottaviano, Cicerone si accorse che la sua ora era suonata.

Incluso nella lista di proscrizione col consenso di Ottaviano, che pure egli aveva appoggiato con tutte le sue forze, tentò di fuggire imbarcandosi a Gaeta, ma poi volle tornare indietro e prima di giungere alla sua villa fu raggiunto dagli uomini di Antonio, e porse senza rimpianto, quasi felice di morire, la testa ai sicari di fronte all’azzurro meraviglioso del mare di Formia il 7 dicembre del 43 a.C. La sua testa fu portata a Roma e piantata sui rostri della tribuna donde i suoi concittadini lo avevano tante volte sentito parlare.

 

Bonifacio VIII (Benedetto Caietani)

Bonifacio VIII

Chi era: Papa Bonifacio VIII (1294 - 1303)
Nato a: Anagni nel 1235 (anche se alcune fonti anticipano la nascita al 1220)

Fu uno dei papi più energici nella lotta per l’affermazione del primato della Chiesa sul potere temporale dei re e imperatori. Con lui finisce la teocrazia.

Nasce da una famiglia di piccola nobiltà di campagna, Roffredo, figlio di Mattia è il padre e Emilia figlia di Pietro di Guardino, sorella di Alessandro IV, la madre. Fece i suoi primi studi in Anagni e quindi a Velletri presso uno zio francescano in seguito a Parigi. Pur non essendo noto dove e come egli abbia espletato i suoi studi, è certo che fu un insigne giurista e che presto dimostrò la vastità della sua cultura e le sue grandi doti di ingegno e di cuore. Per quanto riguarda la sua vita privata possiamo accennare ad alcuni documenti conservati nell’archivio comunale di Pistoia, in cui sono riportate alcune spese fatte per la dimora papale ad Anagni, tra le quali quelle “per portar l’acqua di Antichole”, cioè l’acqua di Fiuggi, che il Papa beveva contro il “mal della pietra” (calcolosi) di cui soffriva.

Per questo stesso problema si affidò anche alle cure del famoso Arnaldo di Villanova, medico, filosofo, teologo, alchimista spagnolo, precedentemente medico alla corte di Pietro III d’Aragona.

Fin da giovane fu canonico di Parigi, Lione, Roma, Todi e Anagni; accompagnò come segretario il Cardinale Ottobono Fiaschi nella sua legazione in Inghilterra; seguì poi il Cardinale Simone di Bric in Francia; andò in Germania al seguito del Cardinale d’Acquasparta nella legazione presso Rodolfo di Germania.

Martino IV lo nominò Cardinale Diacono di S. Nicola in Carcere e lo autorizzò a ritenere le numerose prebende di cui era investito.

Da Cardinale continuò a servire la Santa Sede in delicate missioni come Legato in Francia; fu uno dei Cardinali che Nicolò IV incaricò di dirimere una controversia di diritto ecclesiastico sorta tra il Re del Portogallo e varie chiese del Regno. Nel 1288 con il Cardinale Matteo Rosso Orsini si adoperò per pacificare Perugia e Foligno.

Nel 1290 fu nuovamente in Francia quale legato presso Filippo il Bello col quale ebbe il primo urto per le pretese del Re sulla questione delle decime e dei diritti giurisdizionali. Nel 1292 in Orvieto venne ordinato Sacerdote e dalla Diacona di S. Nicola in Carcere fu trasferito al titolo presbiteriale dei SS. Silvestro e Martino ai Monti. Fu eletto papa col nome di Bonifacio VIII, il giorno della vigilia di Natale del 1294 dal Conclave radunatosi nel Castelnuovo di Napoli, in base alla costituzione di Gregorio X sull’elezione pontificia, dieci giorni dopo il “gran rifiuto” di Celestino V. Alla sontuosa e solenne cerimonia di incoronazione, che ebbe luogo il 23 gennaio del 1295 in San Pietro a Roma, erano presenti tutti i nobili romani e re Carlo II con suo figlio Carlo Martello. Su quest’elezione, in ogni modo, aleggiava l’ombra del sospetto che Celestino V fosse stato costretto ad emettere la bolla della propria abdicazione.

Come noto, Celestino V, fu imprigionato nella rocca di Fumone, nei pressi di Ferentino, poiché si ritenne che sarebbe stato meglio che egli non circolasse liberamente. Morì il 19 maggio 1296. Il primo atto politico di Bonifacio VIII avvenne il 24 giugno 1295, durante il Pontificale celebrato nel duomo di Anagni, egli annunziò la pace convenuta tra Carlo II d’Angiò e Giacomo d’Aragona. I Siciliani però non gradirono l’accordo e proclamarono Re di Sicilia Federico d’Aragona fratello minore di Giacomo. In questo tempo il Papa concesse alla Cattedrale benefici spirituali e materiali tra i quali il dono di tre campane adorne dell’insegna di Casa Caetani. Nell’ottobre del 1259 Bonifacio VIII tornò a Roma ed elevò alla porpora quattro anagnini: Giacomo Tommasi, Francesco Caetani, Giacomo Caetani Stefaneschi e il Francescano Beato Andrea Conti che per la sua grande umiltà non volle accettare. Nel 1296 il papa emise la bolla “Clericos laicos”, con la quale egli minacciava di scomunicare i laici che avessero imposto tasse agli ecclesiastici, senza il consenso della chiesa di Roma, diffidando gli stessi ecclesiastici a versare tali oboli.

In Francia, il re Filippo il Bello emanò due editti contrari; comincia così il grave dissidio tra re e papa che culminerà nell’oltraggio di Anagni. Il sorgere e l’affermarsi della potenza di questa nuova famiglia, non era visto di buon occhio dai baroni romani né da quelli della Marittima e Campagna, specie i Colonna e la famiglia Conti furono ostili ai Caietani. Il 22 febbraio 1300, indisse il Primo Giubileo della storia della cristianità, con la bolla “Antiquorum habet fidem” concedeva l’indulgenza plenaria a chi nell’anno in corso e in ogni futuro centesimo anno, avesse visitato le basiliche di San Pietro e di San Paolo in Roma, per onorare il sepolcro degli apostoli e lucrare indulgenze straordinarie. Di grande importanza è pure la bolla con la quale istituì lo Studium Urbis, il glorioso istituto che oggi è l’Università degli Studi di Roma. Nel 1300 chiamò ad Anagni Carlo di Valois per nominarlo re dei romani e senatore di Roma, ma il principe francese tradì le speranze che Bonifacio VIII aveva riposto in lui, inasprendo il dissidio tra il Papa e Filippo il Bello che imprigionò il Legato papale, bruciò pubblicamente la bolla “Ausculta fili” con la quale Bonifacio VIII lo richiamava e ammoniva; impedì che vescovi e preti si recassero al concilio indetto a Roma. Il 18 novembre 1302, Bonifacio scaglia la celebre bolla di condanna “Unam Sanctam”, forse insieme al Giubileo il documento più noto del papa anagnino. Questa bolla costituisce il punto culminante di tutta la teocrazia papale, cioè quel potere che i papi esercitano talora su re e sui principi cristiani, richiamandoli all’osservanza delle leggi evangeliche ed ecclesiastiche per mezzo delle pene della scomunica e dell’interdetto. Filippo il Bello, sordo ai richiami del Papa, accecato dall’ira inviò in Italia il generale Nogaret che unitosi alle soldatesche di Sciarra Colonna e di altre famiglie baronali tra le quali i Conti, stabilirono di far prigioniero il Papa.

Mercè il tradimento di Adinolfo Conti attraverso la porta di S. Nicola tenuta aperta entrarono in Anagni, bruciarono la porta principale della Cattedrale, misero a sacco il tesoro, assalirono la dimora del Papa. Nella mischia Pietro Caetani si arrese e fu fatto prigioniero; Bonifacio VIII rimase solo con il Cardinale Nicolò Boccasini Vescovo di Ostia e Velletri; Sciarra Colonna irruppe ove si trovava il Papa assiso in trono, rivestito degli abiti pontificali, e gli ingiunse di rinunciare al papato e il Pontefice rispose che avrebbe anche affrontato il martirio ma non avrebbe mai tradito il suo dovere. Qui si consumò quello che si chiama “lo schiaffo di Anagni”. Fu un momento di eccezionale portata storica, in quanto né prima né dopo nella storia della cristianità, vi fu un affronto così grande nei confronti di un pontefice. Lo stesso Dante considerò l’offesa come rivolta a Cristo stesso (Purgatorio, XX, 86-90): “veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, e nel vicario suo Cristo esser catto. Veggiolo un'altra volta esser deriso; veggio rinovellar l’aceto e ‘l fele”. Ma dopo due giorni il popolo anagnino insorse contro i congiurati, li scacciò dalla città , liberò Bonifacio VIII e lo portò in trionfo nella piazza maggiore. Poi scortato dai cavalieri degli Orsini si avviò verso Roma ove dopo tante sofferenze morì il 12 ottobre 1303. Le sue spoglie vengono sepolte in San Pietro, nella cappella Caetani, costruita dietro sua commissione da Arnolfo di Cambio.

 

 

 

San Tommaso d’Aquino

San Tommaso d'Aquino

Chi era: filosofo-teologo, Dottore della Chiesa, patrono della scuola.
Nato aRoccasecca, forse nel 1224 nel castello paterno da Landolfo d’Aquino, signore di Roccasecca, e da Teodora Caracciolo, nobile napoletana. Discendente da una famiglia di cavalieri, nelle sue vene si mescolava il sangue di antenati longobardi e normanni, residenti da tempo nella regione assoluta della Terra di Lavoro.

Nel 1230 fu condotto a Montecassino per essere oblato benedettino; nel 1239-44 a Napoli, studia alla facoltà delle arti (discipline grammaticali, filosofiche e scientifiche); 1244 entra come novizio nell’Ordine dei frati Predicatori (domenicani); 1245-48 studente di teologia a Parigi, sotto la guida del dottore domenicano Alberto Magno; 1248-52 segue Alberto Magno a Colonia, dove completa gli studi curricolari ed inizia la collaborazione accademica con il maestro; 1252-56 viene richiamato alla facoltà di teologia di Parigi, come baccelliere incaricato di tenere corsi sulle Sentenze di Pier Lombardo, il manuale sistematico di teologia adottato nei corsi istituzionali.

l commento di Tommaso viene pubblicato nel 1256; 1257-59 Tommaso insegna teologia a Parigi in qualità di maestro ufficiale o reggente. Redige la raccolta delle questioni disputate De veritate; 1259-65 soggiorna in Italia, dove attende agli studi (stesura della Somma contro i Gentili) e insegna ai frati del convento domenicano di Orvieto (1261-1265); 1265-68 maestro reggente nello studio teologico dei domenicani a Roma, probabilmente a Santa Sabina, inizia la stesura della Somma teologica (parte prima), e redige le questioni disputate De potentia; 1269-72 secondo periodo di insegnamento della teologia all’Università di Parigi.

Scrive la seconda parte della Somma teologica e redige il commento alle principali opere di Aristotele; 1272-73 inizia l’insegnamento della teologia, come maestro reggente, nel nuovo studio aperto presso l’università di Napoli. Completa la Somma teologica; 1274 nel febbraio parte alla volta di Lione, essendo stato nominato teologo della commissione preparatoria del secondo concilio ecumenico di Lione: dopo pochi giorni di viaggio le già precarie condizioni di salute si aggravano; il 7 marzo Tommaso muore ospite dell’abbazia benedettina di Fossanova (le sue spoglie oggi riposano a Tolosa in Francia); il 18 luglio del 1323 Tommaso fu canonizzato da Giovanni XXII ad Avignone, dichiarato Dottore della Chiesa da Pio V nel 1567 ed elevato a patrono di tutte le scuole da Leone XIII nel 1882.

IL PENSIERO: Tommaso, grande nella dottrina, fu grandissimo anche nelle doti morali. Rifiutò sempre gli onori che volevano tributargli e la sua vita fu dedicata interamente a Dio e alla Scienza: rimase sempre il modesto e semplice frate pieno di bontà e cordialità per tutti. Pensatore straordinario e razionale ricercò le verità naturali e soprannaturali. Conoscitore profondo di Aristotele, elaborò la sintesi di Aristotele e Agostino dando così vita all’Aristotelismo cristiano. In tutte le sue opere trattò i problemi della conoscenza, della psicologia, della politica, della metafisica, dell’etica. L’etica di Tommaso fu certamente la più importante del Medioevo: è una fusione di concetti aristotelici, stoici, neoplatonici con la morale della Bibbia e di S. Agostino: la morale è il motus rationalis creaturae ad Deum .

 

 

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