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Anagni: Palazzo Papale di Bonifacio VIII
 

Sul lato est di Piazza Innocenzo III sorge il Palazzo dei Papi, costruito all’inizio del XIII secolo dal futuro Gregorio IX della potente famiglia Conti. Nel settembre del 1230 vi sarà ricevuto e ospitato per più giorni l’imperatore Federico II di Svevia, prosciolto dalla scomunica che lo aveva colpito nel 1228, dopo la pace di San Germano (nome medievale dell’odierna Cassino). Nello stesso palazzo Innocenzo IV, eletto in conclave proprio ad Anagni nel giugno del 1243, vi ricevette Manfredi, figlio naturale di Federico II, zio e tutore di Corradino, di cui si impegnò a tutelare i diritti; non avendo in seguito rispettato i patti sarà anche lui scomunicato.

Nel 1297 i Conti vendettero il palazzo ai Caetani, famiglia cui apparteneva Bonifacio VIII, e l’8 settembre 1303 sarà, secondo la tradizione, lo scenario del celebre “Schiaffo di Anagni” che Dante nel XX Canto del Purgatorio renderà famoso, riscattando la figura del papa. Il corpo principale del palazzo si presenta all’esterno come una tipica residenza baronale di inizio 1200: due grandi arcate in pietra, una scalinata esterna laterale che dà accesso al primo piano e nella parte superiore cinque bifore, con la triplice funzione di abbellire la facciata, dare luce all’interno ed alleggerire la struttura muraria. Una fase costruttiva posteriore aggiunse l’ala a sinistra del corpo principale, collegando i due edifici con un arco a sesto acuto (oggi murato). La prima sala è divisa in due parti da un grande arco in pietra terminante su interessanti capitelli con elementi architettonici cistercensi. Attualmente l’unico accesso al piano superiore è assicurato da una scala elicoidale in pietra, posta all’interno di quello che una volta era un torrione.

Al termine della scala una balaustra da accesso alle due sale principali, i cui nomi rimandano ai temi pittorici degli affreschi in esse contenuti. La sala degli scacchi: la decorazione della parete Est da il nome alla sala. Sono rappresentate forme quadrilobe che inscrivono delle scacchiere, con fiori ad otto petali elicoidali contenuti negli spazi intermedi. Nonostante la prima interpretazione fosse araldica (in riferimento all’aquila scaccata della famiglia Conti), oggi si crede che le scacchiere rappresentino più semplicemente l’omonimo gioco: su una scacchiera infatti si fronteggiano due eserciti, è l’arte della guerra, la summa della strategia militare, di esclusivo appannaggio della classe nobiliare, come confermano i numerosi poemetti amorosi medievali in cui il fulcro della narrazione è dato appunto dalla descrizione di una partita a scacchi tra un cavaliere e una dama, gioco dunque “cortese”.

Anagni: Palazzo Papale di Bonifacio VIII (interno)

Sulla parete Sud troviamo invece degli uccelli che alternativamente si guardano (raffigurando l’Amore) oppure rivolgono il loro sguardo verso Est e verso Ovest, i punti in cui sorge e tramonta il sole, dunque simboleggianti la ciclicità del giorno e della notte (l’Eternità). Al di sopra quel che rimane di un giardino: era tipico, fin dall’epoca romana, ritrarre giardini sulle pareti che davano verso l’esterno.Questo esempio non fa eccezione: quello che oggi è l’ambiente più ampio del museo una volta era una terrazza, come testimoniato dalla presenza nelle due sale affrescate di feritoie, tipiche aperture di avvistamento e difesa, del tutto inutili come comunicazione tra due ambienti chiusi. La sala delle oche: la decorazione della parete Ovest è data da riquadri romboidali in cui sono rappresentati volatili generalmente individuati come oche: anche in questo caso la prima interpretazione è stata araldica.

Non ci si faccia ingannare dal nome: l’apparente uniformità dell’affresco è data dal piumaggio degli uccelli, invariabilmente bianco. Osservando più attentamente si nota invece una grande variabilità morfologica, basti guardare alla lunghezza del becco, del collo ed alla forma del corpo degli uccelli. Le zampe sono sempre tridattile, mai palmate. Ne risulta una sorta di atlante su parete della cacciagione dell’epoca (pivieri, trampolieri, pernìci, ecc.).

Considerando il probabile periodo di esecuzione degli affreschi (XIII secolo) è d’obbligo riferirsi alla cultura contemporanea, in particolare alla singolare attenzione naturalistica federiciana. La classificazione dei volatili è così data da un confronto diretto con l’aviofauna descritta nel trattato sulla falconeria “De arte venandi cum avibus”, attribuito a Federico II. Occorre ora soffermarsi sul carattere di unicità data da questi affreschi: essi sostituirono, con carattere più durevole, gli arazzi e i tendaggi che arredavano le dimore più fastose e importanti del tempo. Per far questo gli artisti furono costretti a mutuare su parete le decorazioni riservate esclusivamente alle stoffe dell’epoca: da qui l’importanza dei riempitivi floreali, di scarso valore simbolico ma con riferimento immediato alle ricche decorazioni tessili.

Alla luce di questa interpretazione ben si inquadra l’irregolarità della maglia che ingabbia gli uccelli e delle losanghe ocra che riquadrano i fiori nella Sala delle scacchiere che riprendono proprio l’irregolarità di una stoffa appoggiata alle pareti. Ne risulta un insieme unico nel suo genere, reso ancora più straordinario dal fatto che questi affreschi risultano essere il primo (o al più tra i primi) esempio di decorazione interna di architettura civile, pensato e realizzato con preciso scopo di sostituire le stoffe dell’epoca.

Museo Bonifaciano e del Lazio Meridionale: la grande sala che si affaccia a Sud non presenta affreschi: l’eccezionale esposizione, dominante sull’ampia Valle del fiume Sacco, faceva di questo ambiente un punto di avvistamento privilegiatissimo; da qui la destinazione a sala esterna deputata alla difesa. Ne resta testimonianza nelle mensole in pietra infisse nel muro e nei fori di alloggiamento delle stesse, costituenti la base di appoggio per il camminamento delle guardie.

Attualmente ospita un allestimento museale che va dall’Anagni romana (contenuta nelle teche) al più noto periodo medievale, con ampie testimonianze riguardanti Bonifacio VIII: una copia della sua statua monumentale realizzata da Arnolfo di Cambio (il cui originale è conservato nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze), la ricostruzione del monumento funebre del papa anagnino e infine, un angolo dedicato al I Giubileo, voluto il 22 febbraio del 1300 proprio dal Caetani.

 


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