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Colle S.Magno, terra di briganti e brigantesse tra le Gole del Melfa

Colle S.Magno, terra di briganti e brigantesse tra le Gole del Melfa

L’incertezza dei confini tra gli Stati (Regno delle Due Sicilie e Stato Pontificio) favorì senza meno il fenomeno del brigantaggio in Ciociaria: i banditi potevano salvarsi saltando da uno Stato all’altro, passando a nuoto i fiumi e burlandosi dei doganieri con travestimenti e passaporti falsi. Infatti, è proprio sul territorio di confine che proliferò il fenomeno. La frontiera rappresentò fonte di violenza perché la diversità di giurisdizione, di tassazione dei prodotti e di prezzi fra i due Stati alimentava il contrabbando.

Da qui, nel 1840, le necessità di determinare con certi e frequenti cippi di pietra, il confine tra Stato Pontificio e il Regno di Napoli.

Dopo il 1861, è proprio il basso Lazio, che più di tutte le altre zone, da filo da torcere al giovane Stato italiano, che aveva la sua capitale a Torino. Le truppe francesi al servizio del Papa e i gendarmi dello stesso, nonostante il loro impegno formale di neutralità, chiudevano volentieri un occhio sul movimento dei briganti, che invece si battevano per la restaurazione del regno del Sud. L’altro occhio veniva chiuso sul gran traffico di armi che vi era, a loro favore, in Ciociaria, arrivando al punto di fingere di sequestrare le casse sospette, anche se poi la merce arrivava ugualmente, anche se con un breve ritardo, al destinatario.
Tale fenomeno vede come scenario di sanguinose battaglie, tra i fedeli della monarchia Borbonica e esercito italiano, soprattutto i monti, dove i briganti erano soliti rifugiarsi.

Per vincere la dura resistenza dei briganti, il parlamento italiano votò una legge estremamente anticostituzionale, la Pica (dal nome del deputato abruzzese che la propose), che prevedeva la competenza dei tribunali militari sui reati di brigantaggio, nonché il domicilio coatto, gli arresti senza mandato e la fucilazione per vari tipi di reati, anche non gravissimi. Furono condannate madri colpevoli di avere portato un po' di cibo ai figli latitanti nelle campagne; furono fucilati ragazzi, donne, vecchi, preti e frati, oltre agli stessi briganti. L'operato dei tribunali militari fece inorridire anche molti unitari e piemontesi. Vennero comminate oltre 7.000 condanne a morte e uccisi più di 686.000 tra briganti e innocenti; diversi paesi che avevano solidarizzato con i briganti furono incendiati.

Il brigantaggio fu definitivamente debellato nel sangue nel 1872.

Briganti famosi

Già nel 600, la Terra di Lavoro vide le imprese del Brigante Papone (Domenico Colessa) nato a Caprile - Roccasecca (FR) nel 1607. Dopodiché spiccano personaggi come “Mammone” (Gaetano Coletta 1756-1802), detto “Il Sanguinario”, di Sora; “Frà Diavolo” (Michele Pezza 1771-1806) di Itri e “Chiavone”(Luigi Alonzi 1823) di Sora, ”Moliterno” (Angelo Ricci) di Cassino, uno degli uomini di Mammone, Andreozzi (Pastena), il Brigante Fuoco (Domenico Fuoco) che operò nelle Mainarde con Bernardo Colamattei ed altri, comprese le brigantesse, come Michelina De Cesare (e il suo uomo Francesco Guerra di Mignano) alle quali spesso era affidato il compito di boia e che risultavano a volte, nonostante la loro bellezza, più sanguinarie e feroci dei loro compagni uomini. Sapevano usare coltello e fucile con molta maestria. Subirono torture e violenze e scontarono lunghi anni di prigionia.

Ma chi era il brigante?

Alcuni briganti furono spietati selvaggi  e lo restarono anche dopo che assunsero cariche militari, anteponendo i loro fatti personali a quelli del proprio paese, assetati come erano di ricchezza e di vanagloria. Altri invece possono considerarsi veri partigiani e guerriglieri, che combatterono contro chi ritenevano invasore delle proprie terre, spinti da un ideale che poi fecero  coincidere con i propri interessi personali. Forte, audace, senza scrupoli con grinta e determinazione di capo, balza fuori, mitizzato, dai racconti della gente umile nelle lunghe serate invernali accanto al camino acceso; racconti pieni di episodi coloriti. Anche il suo abbigliamento costituisce motivo di di fascino e di folklore: calzoni alla zuava e cioce ai piedi. Indossava giubbotti di panno e di pelle d’animali e d’inverno vestiva mantelline corte fino alla gamba. In testa portava un cappellaccio a falde larghe ornato di fettucce e di amuleti. Era armato con carabine, doppiette, vecchi archibugi e portava, alla cintula, coltellacci o pugnali e a tracolla una bandoliera in cui custodiva le munizioni.

 


 4846,    01  Mar  2018 ,

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