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Il 17 aprile 1614, mentre gli addetti alla ricostruzione del ponte di Ceprano, procedevano alla rimozione delle macerie di quello crollato fin dal 1608, fu rinvenuto un pesante sarcofago in marmo. Dall’iscrizione incisa sul coperchio fu possibile identificarlo per la bara di re Manfredi. Quel rinvenimento, salvo qualche rara ed isolata citazione, rimase sconosciuto alla maggior parte dei cronisti del tempo.

Per quasi tre secoli e mezzo, ironia della sorte, le ossa del figlio di Bianca Lancia rimasero nascoste fra le macerie di quel ponte. Consegnati all’oblio i suoi resti mortali, chissà ancora per quanto tempo sarebbero rimasti ignorati, se l’antico ponte non fosse crollato. Con la conquista del regno di Sicilia da parte di Carlo d’Angiò la dinastia imperiale dei Hohenstaufen passò nel dimenticatoio.
Il risentimento del papato nei confronti degli odiati rivali non si placherà neppure dopo il brutale assassinio di Corradino, ultimo discendente della stirpe del Barbarossa. Manfredi, lo apprendiamo dai cronisti della battaglia di Benevento, fu ritrovato tra i morti il giorno 27 febbraio.

Carlo d’Angiò, volendo dare risalto alla sua vittoria, lo fece seppellire con tutti gli onori riservati ad un sovrano. Il suo non fu tanto un gesto cavalleresco per un rivale sfortunato, ma fu piuttosto dettato dalla smodata vanità di mettere in risalto la sua impresa. Il corpo straziato del giovane monarca rimase nella tomba presso il fiume Calore solo pochi mesi, fu rimosso per ordine dell’arcivescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli. Il rancoroso prelato continuò ad infierire contro un morto, e prendendo a pretesto la condizione di scomunicato del re lo fece disseppellire e portare, come dice Dante, fuor dal regno.

La giustificazione del prelato appare assai discutibile. Ovunque fossero state trasportate le spoglie del sovrano si sarebbero, comunque, portato dietro la scomunica. L’anatema papale fornì al Pignatelli l’alibi per giustificare la decisione dietro la quale si celavano altri scopi. La ragione del trasferimento della bara molto verosimilmente fu una sorta di rivincita del papato nei confronti di un rivale che solo la morte era riuscito a piegare. Nella scelta del prelato cosentino si ravvisa la perpetrazione dell’umiliazione che Manfredi aveva subito proprio presso il ponte di Ceprano.

In tempi recenti presso la sponda destra del fiume Liri è stata murata una lapide che reca i seguenti versi danteschi:

“E l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
A Ceperan dove fu bugiardo
Ciascun pugliese, e la da Tagliacozzo
Ove senz’armi vinse il vecchio Alardo”
(Inferno canto XXVII)

“Io son Manfredi
nipote di Costanza imperatrice…
l’ossa del corpo mio sariano ancora
in co presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor del regno, quasi lungo il Verde
dov’ei le trasmutò a lume spento”
(Purgatorio canto III)

Al contrario di quanto potrebbero credere ignari visitatori la lapide non sta ad indicare il luogo di sepoltura della bara, ma quello presso il quale fu ritrovata. Sulla fine dei resti mortali del sovrano sono state avanzate diverse ipotesi. La più probabile è che dopo il casuale ritrovamento siano stati dispersi nelle acque del fiume.
In tempi recenti, più di un ricercatore ha creduto di identificare la bara di Manfredi in un sarcofago murato presso l’altare di S. Arduino. In realtà si tratta del frammento di una bara di epoca sveva. Non solo dietro il frontale della bara non vi sono resti umani, ma è da escludere che uno scomunicato potesse trovare sepoltura in un luogo sconsacrato. Mai e poi mai sarebbe stato accolto in una chiesa.

A fugare ogni dubbio sono stati i rilievi eseguiti da una ditta che alcuni anni fa stava eseguendo lavori di restauro nel tempio cepranese. Da un’attenta verifica i tecnici incaricati della verifica accertarono che quella murata nella parete, al lato dell’altare di S. Arduino, non è una bara ma il solo frontale.

Testo tratto da: Ceprano e Manfredi ultimo Re Svevo di Sicilia, Mario Maceroni 1997 pag 105-115

 

 




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