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È nato a San Donato Val di Comino il 21 marzo 1876 da Lorenzo e Rosa Musilli.
Studiò a Montecassino, a Maddaloni, a Napoli e a Pisa, dove si laureò in Lettere nel 1898 alla scuola di Alessandro D'Ancona. Fu in diverse parti d'Italia come insegnante e per molti anni preside nei regi licei, tra i quali il Tulliano di Arpino ed il Conti Gentili di Alatri: in quest'ultimo ebbe come allievo il poeta Libero De Libero. Insegnò anche a Milano, ma vi rinunciò, ritenendo la tranquillità delle piccole sedi più adatta ai suoi studi.
Dal 28 luglio 1915 al 14 aprile 1917 partecipò alla Prima Guerra Mondiale, combattendo in prima linea come ufficiale di complemento nelle trincee dell'Isonzo e del Carso, nonché a Monfalcone. Nel dopoguerra combatté il bolscevismo nelle piazze con discorsi e contradittorii pieni di notevole energia.
Cultore delle discipline filologiche, storiche e filosofiche, si è dedicato più particolarmente alla storia della letteratura e dell'arte italiana.
Frutto dei suoi studi settecenteschi fu la monografia sul Roberti (1908), che interessa sia la letteratura sia la vita del secolo XVIII. Si tratta di un'indagine condotta con grande attenzione, che sfocia con un giudizio sull'autore studiato, definito come umanista, artista, oratore, divulgatore del sapere, fautore di una conciliazione tra il Cristianesimo e le tendenze innovatrici del suo secolo. Alcune pagine di questo capillare lavoro si possono leggere nell'Antologia della critica e dell'erudizione del Flamini.
In seguitò si occupò di arte romanica, anche con interesse locale, e pubblicò nel bollettino “L'Arte” di Adolfo Venturi (1913 e 1920) due lavori riguardanti la pittura benedettina, mentre in altre riviste pubblicava vari articoli divulgativi d'argomento affine.
Tornato alla storia letteraria, ha illustrato, nel rispetto artistico, l'antica letteratura religiosa italiana. A tal genere di studi appartiene il volume sulle leggende francescane (1929), nel quale “Studiando le leggende e le cronache francescane dettate in un latino sotto il quale trasparisce la spontanea vivezza del volgare..., ha scritto un importante capitolo della nostra storia letteraria del secolo XIII”. Luigi Cellucci intendeva la parola leggenda nel significato originario di narrazione riferentesi alla vita d'un santo, o in generale di persona che mirò ad attuare la perfezione evangelica: in queste leggende appare qualche volta, senza che sia cercata di proposito dagli autori, o anche, meno frequentemente, con loro intenzione, la poesia. Dei vaghi racconti che alcuni frati minori del secolo XIII dettarono intorno al fondatore del loro ordine ed ai più notevoli seguaci di lui, Cellucci chiarì il tempo e il modo in cui sorsero e le vicendevoli relazioni: ne studiò il valore, non come documento di storia religiosa, ma come opere da annoverare in parte fra la letteratura artistica.
Nel 1936, anche a causa della sua avversione per il regime fascista, si ritirò in pensione e, stabilitosi  a Roma, poté intensificare la sua attività di studioso, dedicandosi sempre alla storia della letteratura e dell'arte italiana, con qualche fugace incursione nelle letterature straniere e collaborando con riviste quali “L'Arte”, “Archivum Romanicum”, “Cultura Neolatina”.
Oltre che fecondo e apprezzato scrittore, Luigi Cellucci si rivelò anche fine poeta: alcune sue brevi liriche – di cui qualche saggio era apparso in riviste pubblicate a Milano e a Roma – furono raccolte in un piccolo volume dell'editore Formiggini (1932). Entrato in relazione con il Bertoni nel 1937, avviò una collaborazione con l'Istituto di Filologia Romanza dell'Università di Roma “La Sapienza” che portò alla preparazione del vocabolario dell'Accademia d'Italia, di cui apparve però soltanto il primo volume.
Tra i suoi scritti più importanti citiamo: “Un Poligrafo del Settecento (l'Abate Giambattista Roberti)” in “Studi di Letteratura Italiana” (Napoli, 1908); “Nuovi avanzi di pitture romaniche in Terra di Lavoro” in “L'Arte” (Roma, 1920); “Le leggende francescane del XIII secolo” (Roma, 1929); “Il cum e il pers nel Cantico di Frate Sole” in “Cultura Neolatina” (Modena, 1942); “La poetica di Dante e la sua poesia” in “Cultira Neolatina” fascicolo III (Modena, 1942); “Le laudi francescane di Jacopone da Todi” in “Frate Francesco” (Roma, 1954); “Luca Wadding e il preteso Floretum” (Roma, 1957).
Luigi Cellucci è morto a Roma nel 1962. Alla sua figura, nel novembre del 2008, il consiglio comunale di San Donato Val di Comino ha intitolato il teatro comunale.

Bibliografia:
- Guido Amodio, “Fatti e uomini di San Donato Val di Comino”, Casamari, 1981.
- Torquato Vizzaccaro, “Atina e Val di Comino”, Lamberti, Cassino, 1982.
- Luciana Coletti, “Guida di San Donato Val di Comino”, Psiche e Aurora, 1999.
- W. Pocino, “I Ciociari. Dizionario bibliografico”. Roma, 1961.




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