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Pietro Sterbini nacque a Sgurgola, da Cesare e Camilla Bianchi, il 23 gennaio 1793. Mostrò fin da giovane un ingegno fervido e un carattere fiero. Fu un patriota insigne, infaticabile agitatore dei moti rivoluzionari ed amico, compagno, collaboratore di molti carbonari.
Trascorse parte della sua infanzia e adolescenza a Vico nel Lazio, poi i genitori, per fargli compiere gli studi regolari, lo affidarono alla educazione dei sacerdoti nel seminario di Veroli. Qui, però, il giovane Pietro non tardò a far conoscere il suo animo ribelle e i suoi spiriti liberali, per cui fu espulso dal collegio e dovette terminare da sé gli studi classici. All’età di 20 anni si iscrisse alla facoltà di medicina all’Università di Roma “La Sapienza” e ne uscì laureato. Esercitò per breve tempo la professione di medico a Pofi, dove conobbe Carolina Moscardini, che diventò sua moglie dandogli tre figli.
Si dedicò anche, con molta passione, allo studio delle discipline storiche, filosofiche e letterarie e scrisse la tragedia “la Vestale”, felicemente rappresentata al Teatro Valle di Roma nel 1827, ma che fu subito proibita dalla censura a causa delle sue idee politiche liberali. Fu anche autore di non poche poesie e di altre tragedie, nonché dell'ode “La Battaglia di Navarino”, recitata in una pubblica accademia che gli valse una condanna al confino.
Sterbini, infatti, non si accontentò mai di trascorrere un'esistenza tranquilla legata alla sua professione, ma preferì entrare nell’orbita delle lotte politiche, assecondando in tal modo gli alti ed ardenti sensi di patriottismo che bollivano nel suo petto.
Nel 1831, terminato il periodo di confino e avuta notizia dei moti rivoluzionari di Bologna, tentò di far sollevare la popolazione romana e, d’accordo con i liberali della Romagna e del Bolognese, fomentò e diresse la sommossa che scoppiò a Roma contro il governo del Papa Gregorio XVI, si recò a Terni per persuadere il generale Sercognani a marciare su Roma, ma il tentativo fallì. Fu costretto a rifugiarsi prima in Toscana e poi in Corsica, dove ebbe la fortuna di incontrare Giuseppe Mazzini, di cui divenne fedelissimo amico. In seguito si scrisse alla “Giovine Italia”.
Nel 1835 si trasferì a Marsiglia, esercitandovi la professione di medico.
Salito Pio IX al sommo pontificato, e concessa questi l’amnistia generale il 14 luglio 1846, lo Sterbini, approfittando della politica in favore dei prigionieri politici,  tornò dall’esilio e si dedicò al giornalismo collaborando al “Contemporaneo”. La sua attività politica proseguì a Roma, promuovendo riunioni, guidando dimostrazioni popolari e inneggiando al novello papa fino ad accattivarsene la simpatia.
Il 18 marzo 1848, con l'avvento della Repubblica Romana, venne eletto al Consiglio dei Deputati nel Collegio di Anagni.
Fu ammirato dai più grandi patrioti che lo conobbero, i quali, apprezzandone l’operato, gli offrirono calda e sincera amicizia tenuta sempre viva da assidue relazioni epistolari. Si ricordano il D’Azeglio, Garibaldi, Mamiani, Mazzini. Del Mamiani seguì la politica e con lui fu membro di quella società per la confederazione italiana di cui fu ispiratore il Gioberti; anzi, assisté alle sedute indette da questa società a Torino nell’ottobre del 1848; del Mazzini condivise le idee ed i principi unitari e repubblicani.
Fu presidente del Circolo Popolare di Roma e in seguito venne nominato Ministro dei Lavori Pubblici, Industria e Commercio. Accusato di non aver dato in tempo utile al commercio di Ancona e di Bologna, pur avendogliene la Camera fornito i mezzi, sdegnato lo Sterbini rassegnò le dimissioni che furono accettate.
Fu nominato Conservatore dei pubblici musei, gallerie, archivi e biblioteche; presidente del Comitato di Pubblica Sorveglianza e Commissario straordinario di Frosinone.
Venne coinvolto nella congiura che portò alla uccisione di Pellegrino Rossi il 15 novembre 1848: Sterbini derideva spesso Pellegrino Rossi, additandolo come “nemico dell'Italia” e solo il giorno prima dell'omicidio, lo Sterbini si chiedeva come non si trovasse a Roma una mano che uccidesse quello che definiva tiranno.
Nei giorni di resistenza, durante l’assedio francese, ebbe l’incarico “di avisare con tutta l’energia a difendere il terreno a palmo a palmo” nel rione di “Borgo”, impedendo, così, il saccheggio dei Musei, Biblioteche ed altri luoghi contenenti opere di inestimabile valore.
Caduta la Repubblica Romana ed entrati i Francesi a Roma, esule, riparò prima a Losanna, quindi a Parigi per sfuggire alla condanna a morte, dove mantenne sempre ottimi rapporti con Mazzini e con i maggiori patrioti esiliati.
Nelle storiche giornate del ‘59 tornò in Italia, e, dopo la cacciata del Borbone si stabilì a Napoli. Nella città partenopea fondò e diresse, con altri patrioti, un giornale, cui diede l’auspice titolo “Roma”, a base del quale pose i principi: “Monarchia - Democrazia - Religione - Libertà”.
Sostenne calorosamente la necessità di fare di Roma la capitale del Regno d’Italia e condivise la passione di Giuseppe Garibaldi e di tanti altri patrioti.
Morì a Napoli il 1° ottobre 1863.
 
 
Bibliografia:
- Franco Caporossi, “Il grido di dolore di Pietro Sterbini e di altri patrioti lepini”, Copisteria Futura, Roma, 2007.
- Carlo Minnocci, “Pietro Sterbini e la rivoluzione romana: (1846-1849)”, Industria Grafica Cassinate, Sant'Elia Fiumerapido, 1994.
- Tito Gori, “Il mio paese: cenni storici di Sgurgola con brevi note sulla vita di Pietro Sterbini”, Tipografia Stracca, Frosinone, 1913.
- G. Graziani, “Giuseppe Mazzini e Pietro Sterbini”, Anagni, 1939.


 




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