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Una passeggiata davvero suggestiva è quella che conduce ad Arpino, antico centro volsco, la città patria del condottiero Caio Mario, di Marco Tullio Cicerone e di Marco Vipsanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto. Storia e leggenda si intrecciano nelle vicende di Arpinum, ma ancor più in quelle della Civitas Vetus, l’Acropoli di Civitavecchia raccolta entro una barriera di mura poligonali risalenti probabilmente al VI-V secolo a.C. Le grandiose mura di Arpino, che in origine si estendevano per circa 3 Km e di cui 1,50 km sono ancora intatte, si dipartono da Civitavecchia all’altezza di 627 metri e scendono giù per il declivio fino ad abbracciare e chiudere la città nell’altra minore altura di Civita Falconara. Esse sono costituite da enormi monoliti di puddinga, materiale i cui banchi sono in vicinanza del sito arcaico.Restaurate nell’età sannitica, poi romana e medioevale con l’aggiunta di torri e di porte, dimostra una serie ininterrotta di vicende storiche. La porta principale, l’antico ingresso dell’Acropoli è il famoso “arco a sesto acuto”, che rievoca in maniera determinante gli archi di Tirinto e Micene. Si tratta di una porta ad ogiva di tipo “Sceo”( cioè di un ingresso che obbligava gli eventuali attaccanti a mostrare, privo di scudo, il lato destro del proprio corpo), consta di una struttura a secco priva d’architrave formata da una serie di massi poligonali connessi a secco e convergenti verso l’alto ai quali con una opportuna scalpellatura è stato dato un profilo ogivale.

Questo prodigioso monumento è alto 4,20 metri ed è formato da blocchi sovrapposti che si restringono verso la cima, tagliati obliquamente sul lato interno, secondo una tecnica antichissima risalente al VII-VI secolo a. C.Oltrepassata la porta, troviamo altre testimonianze della Arpino arcaica, risultanze forse di un remoto castello, come la massiccia mole della torre di Cicerone così denominata perché alcuni ruderi romani nel borgo sono considerati come resti della casa del grande oratore, la cisterna che assicurava il rifornimento idrico e tracce di muraglioni. A fianco dell’arco a sesto acuto incontriamo un gioiello settecentesco: la chiesa della SS. Trinità, unico edificio di culto con pianta a croce greca presente in Arpino, fatta costruire nel 1720 dal Cardinale Giuseppe Pesce, maestro e rettore della Cappella Pontificia. Ancora oggi è di proprietà privata. Poco distante, la chiesa di S. Vito del XVI secolo, a tre navate, sorta sulle rovine di un tempio pagano dedicato a Venere Conciliatrice. Sull’altare maggiore si può ammirare una tela del pittore manierista Giuseppe Cesari, più conosciuto con lo pseudonimo di Cavalier d’Arpino, raffigurante S. Vito, S. Crescenza e S. Modesto ed opere dello scultore in legno, il tirolese Michele Stoltz.

E' nel centro dell'odierna Arpino che si trova invece quel che resta della rocca di Civita Falconara. Oggi il castello, conosciuto come Castello di Ladislao (qui soggiornò il re di Napoli Ladislao), ha perso molto del suo aspetto originario in seguito a modifiche edilizie e di destinazione d'uso avvenute nei secoli.

 




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