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Monte San Giovanni Campano, l’antica Castelforte, situato sulla destra del fiume Liri e ultimo paese dello Stato della Chiesa, al confine del Regno di Napoli, fa risalire le sue origini al periodo dell’incastellamento del secolo IX nel territorio della Civitas Verulana. Il Castello di Monte San Giovanni Campano viene nominato per la prima volta in alcune pergamene del 1110 e 1112, conservate nell’Archivio Capitolare di Veroli, alcuni autori asseriscono che la sua fondazione risale a molto tempo prima dell’anno Mille, ma non si hanno fonti documentarie certe che attestino ciò. Numerose sono, invece, le fonti databili intorno alla metà del secolo XII, che ci confermano dell’esistenza del castello, citandolo come oggetto di una serie di donazioni e permute tra i Conti d’Aquino e la giurisdizione pontificia, al termine delle quali il Castrum di Monte San Giovanni Campano rimaneva di fatto ai d’Aquino, ma sotto la giurisdizione di “San Pietro”. Fu ritenuto difficilmente espugnabile fino al 1494 quando le artiglierie di Carlo VIII, diretto alla conquista di Napoli, lo danneggiarono in modo gravissimo. Dall’analisi del complesso si desume che esso fosse diviso in due zone distinte: la prima con funzioni militari, comprendeva due torrioni, uno quadrato e uno pentagonale (raro esempio architettonico) e, gli edifici per l’alloggiamento dei militari (pare che ne potesse ospitare ben 700); la seconda era adibita a residenza per la famiglia del castellano. Di questa imponente costruzione è rimasto, anche se fatiscente, un notevole complesso di strutture murarie sull’alto colle di Monte San Giovanni. La fortificazione aveva una doppia cinta di mura unite a 14 torrette tra quadrate e tonde. Restano ancora visibili i resti di queste mura dal lato sud-ovest. Cinque porte permettevano di entrare nel castello: la porta di Orione, della Scrima, di San Rocco, dei Codardi e della Valle. Delle difese esterne, rimangono i due torrioni semicircolari dimezzati, che dovevano essere a guardia dell’ingresso col ponte levatoio. Delle torri di vedetta, alcune ancora esistono, anche se trasformate in abitazioni.

Negli elementi architettonici rimasti del palazzo baronale (alte feritoie a sesto acuto, portali e bifore strombate) testimoniano l’epoca di costruzione e la stessa mano d’opera proveniente, forse, dalla vicina Casamari. Delle bifore nella facciata sud, una porta, nel capitello della colonnina, una testa coronata forse rappresentante l’imperatore Federico II; altre due sono deteriorate, una quarta è stata murata. Del secondo piano, quello nobile, è rimasto solo il magnifico portale ad arco tondo che immette negli unici due ambienti rimasti coperti: sono due stanze, di cui la prima con una bella volta originaria dà accesso alla stanza che fu abitata da S. Tommaso. Qui, nel 1243, l’Angelicus vi fu rinchiuso per due anni dai suoi familiari per impedirgli di intraprendere l’Ordine mendicante dei Padri Domenicani, e qui sembra che subì la tentazione di una giovane impudica che egli scacciò con un tizzone ardente. Durante la detenzione compose i suoi primi due scritti filosofico-scientifici De Fallacis e De Propositionibus Modalibus. La stanza del santo fu in seguito trasformata in cappella. Questa cappella è di forma rettangolare a pareti lisce, il pavimento del XVI secolo, è a lastre di cotto smaltate in bianco e nero. Nel moderno altare, in stile gotico, è stata inserita una pala, nella quale c’è un trittico di scuola napoletana del XVI secolo, dipinto su tavola, prima sistemato nel centro della nicchia; vi troviamo anche una tela di Francesco Solimena (oggi non più presente in questa stanza) rappresentante la Madonna con il Bambino in atto di guardare paternamente San Tommaso che, più in basso inchinato davanti a Lei, pare rapito nell’estasi della preghiera; e tracce di affreschi. La trasformazione della cappella in oratorio, risale al XV secolo, da parte della famiglia d’Avalos - d’Aquino, e pare più precisamente ai tempi della marchesa Isabella. Infine, in alto sorge una massiccia torre quadrangolare, forse il mastio, oggi alta circa 20 metri con uno spessore murario alla base di oltre tre metri, era a loggia sporgente sostenuta da beccatelli, con la merlatura e la torricella superiore ora diruta. Rimane il suo ingresso caratterizzato da un grande monolite e da un'unica finestra.

 

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