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L’estrazione e la lavorazione del ferro ha rappresentato, con alterne vicende, uno degli elementi più rilevanti nell’economia dell’area compresa nel settore meridionale facente capo ai monti della Meta e delimitato dal fluire dei fiumi Rapido, Melfa e Liri. La necessità di incrementare la produzione del ferro e della ghisa per potenziare gli armamenti sulle unità navali della Marina del Regno di Napoli, spinse le autorità borboniche ad effettuare studi di mineralogia a ridosso delle aree suddette.
Il primo tentativo della nascente industria siderurgica nel Distretto di Sora avvenne nel 1778 per iniziativa dell’architetto Mario Gioffredo che iniziò la costruzione di una ferriera nella Valle di Canneto, nei pressi delle sorgenti del Melfa nel comune di Settefrati. Non è facile assicurare la vera ragione della sospensione delle lavorazioni nello Stabilimento che a cominciare dal 1798 viene descritto in stato di abbandono. Intorno al 1850, le accresciute necessità del Reale Governo di alcune materie prime di metalli favorirono nuove ricerche minerarie che condussero, nel nostro circondario, alla apertura di nuove miniere nelle montagne a ridosso dei comuni di San Donato e Campoli Appenninico. Nel 1852 si diede inizio, nel comune di Atina, alla costruzione di un grande e moderno stabilimento siderurgico la cui progettazione fu affidata all’ingegnere di “Ponti e Strade”Giovanni Rossi. La fonderia fu edificata nella frazione di Rosanisco, in un sito collocato a 200 metri dalla sponda destra del fiume Melfa e poco distante dalla strada rotabile Sferracavalli,che andava a congiungersi con quella Regia di San Germano, l’odierna Cassino. Contemporaneamente fu necessario adeguare tutto il sistema stradale esistente realizzando una importante diramazione che raggiungesse le miniere. Di lì a poco nella “magona di Atina” (la magona è un’officina dove si effettua la prima lavorazione del minerale grezzo) entrò in funzione un altoforno che giunse a produrre 3100 Kg. di ferro grezzo al giorno. Alla fine del 1860 venne chiusa, abbandonata e depredata. Presa in carico dal neonato stato italiano venne inclusa tra i beni demaniali da alienare. Nel 1878, i fratelli Visocchi, già proprietari di una cartiera, acquistarono la ferriera di Atina e la adibirono ad altre funzioni. Nel 1947 essa fu acquistata dalla famiglia Mancini, tuttora proprietaria.
Ancora oggi si può ammirare, grazie ad un restauro per lo più conservativo ad opera dei Mancini, il fronte principale dello stabilimento che si presenta architettonicamente imponente, lineare e vagamente neoclassico nelle estese modanature bugnate del portale a tutto sesto, nelle lesène intermedie tra le bucature arcuate e in quelle d’angolo. Posta in equilibrato rapporto con esso è la parete est della fabbrica che, con la lunga teoria di finestre a mezza luna , forma un felice connubio di forma e funzione. Esiste ancora oggi un primo altoforno che misurava 13 metri di altezza per 2,80 di diametro, innalzato sopra una solida platea quadrata al di sotto della quale si può ammirare lo stemma borbonico scolpito in pietra e posto in chiave all’arco principale.
Alla distanza di 40 metri dall’officina vi è un ampio scavo a forma di piramide (oggi completamente ripulito) con il vertice in giù, rivestito di muratura di pietra calcarea lavorata la cui funzione era quella di animare la macchina soffiante. Il canale conduttore, costruito in muratura di pietra calcarea , prendeva origine dal fiume Melfa, e precisamente da un molino posto vicino alla cappella del Carmine di Rosanisco.
Oggi il complesso siderurgico ospita, nei locali già adibiti a magazzini e uffici di amministrazione, una cantina con moderni impianti per la produzione del vino.

testo di Palma Nardone

 

 


 

 

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