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Marco Tullio Cicerone

Chi era: Oratore e uomo politico
La sua famiglia non era nobile, né un membro di essa aveva mai ricoperto a Roma cariche pubbliche: così che era davvero un homo novus Marco, quando iniziò la carriera dei pubblici onori.
Nato a: Arpino il 3 gennaio del 106 a.C. 
Morto a: Formia il 7 dicembre del 43 a.C

Studi effettuati: Trascorse la fanciullezza e l’adolescenza in Arpino, quindi si trasferì a Roma con la sua famiglia, che voleva dare a lui e al fratello Quinto un’educazione compiuta. A sedici anni, nel 90, indossò la toga virile e poco dopo militò sotto Pompeo Strabone nella guerra marsica. Poi riprese gli studi di diritto e cominciò a dedicarsi alla filosofia. Studiò prima coll’epicureo Fedro, poi coll’accademico Filone di Larissa, e quindi con lo stoico Diodoto, che entrò nella sua casa e vi rimase fino alla morte. Ebbe come maestri di eloquenza l’oratore L. Licinio Crasso e Molone di Rodi. Frattanto a Roma spadroneggiavano Silla e i suoi favoriti, e Cicerone, che già aveva fatto le prime prove difendendo in una causa di diritto privato un certo Quinzio (Pro Quinctio), accettò di difendere, contro un potente liberto di Silla, Sesto Roscio di Ameria (Pro Sexto Roscio Amerino), al quale avevano ucciso il padre e volevano, accusandolo dell’uccisione, toglierli anche l’eredità. Cicerone diede prova di coraggio e bollò a sangue tutti gli sgherri di Silla, che egli odiava, anche perchè compaesano e un pò parente di Mario.

Cursus Honorum: tornato dalla Grecia, dove si era recato per studiare retorica, sposò Terenzia e poi iniziò il suo cursus honorum. Fu eletto questore per il 75 e gli fu assegnato Lilybaeum (Marsala) in Sicilia. Dai Siciliani fu scelto a loro difensore contro Verre, che durante i suoi tre anni di pretura aveva spogliato in ogni modo i suoi amministrati. Verre e il suo difensore Ortensio tentarono di negare il diritto di accusa a Cicerone e di darlo ad un accusatore addomesticato, Cecilio. Ma l’Arpinate riuscì nel gennaio del 70 a far prevalere il suo diritto (Divinatio in Caecilium) e poi, in un’altra orazione (Actio prima in Verrem), accennò semplicemente ai capi di accusa. Allora apparve chiaro che non c’era scampo per Verre, il quale, per non essere pubblicamente svergognato, se ne andò in volontario esilio. Edile nel 69, pretore nel 66, console nel 63, Cicerone continuò ad esercitare l’avvocatura, difendendo M. Fonteio, Aulo Cecina, l’attore Roscio e finalmente la proposta del tribuno Manilio, il quale voleva che fosse affidata a Pompeo la direzione della guerra contro Mitriade, che veniva trascinata da Lucullo troppo per le lunge.

Andava intanto maturando a Roma un avvenimento eccezionale. Catilina aveva raccolto intorno a sè gli scontenti di ogni partito, formando con essi una specie di coalizione. Battuto nelle elezioni consolari del 64 e 63, essendo prevalsi gli interessi plutocratici della città, venuti meno i mezzi legali, Catilina fece ricorso alla violenza e ordì una congiura. Cicerone allora, raccolte tutte le prove contro di lui, lo accusò pubblicamente in senato, riuscendo a farlo condannare. Nel 58 un cesariano, Clodio, che aveva dei rancori personali contro Cicerone, eletto tribuno della plebe, fece approvare una legge colla quale si decretava l’esilio a chiunque avesse fatto uccidere cittadini romani senza concedere il diritto di appello al popolo.

Cicerone dovè andare in esilio prima a Tessalonica e poi a Durazzo. I suoi beni furono confiscati e la sua casa distrutta. Ma nel 57 gli fu permesso di rientrare a Roma, proprio nel momento in cui l’alleanza fra Cesare e Pompeo era divenuta assai salda, e a lui non rimase che accettare di entrare nel seguito dei due.

Opere importanti: riprese nel contempo le sue occupazioni di oratore e di letterato colle orazioni Pro Sestio, Pro Caelio, Pro Balbo, con opere di retorica e filosofia, come il De oratore, il De re publica e il De legibus. Molte volte, in questo periodo, egli assalì indirettamente Clodio, o svergognandone la sorella Clodia o colpendo i suoi amici; e quando nel 52 Milone, rappresentante dell’aristocrazia, uccise Clodio, Cicerone ne accettò la difesa, preparando un’orazione che è il suo capolavoro in quel genere. Ma il popolo era eccitatissimo, Pompeo non osò appoggiarlo e Cicerone non potè pronunciare la sua mirabile difesa. Milone fu condannato e si ritirò in esilio a Marsiglia.

Più tardi l’attività dell’arpinate si risvegliava, destando le apprensioni di Cesare e Pompeo, i quali trovarono il modo di allontanarlo da Roma obbligandolo per legge a recarsi come proconsole in Cilicia. Quando nel 49 tornò a Roma, trovò la città tutta assorta nella contemplazione di un astro che risplendeva sempre più sull’orizzonte politico, il vincitore delle Gallie, idolatrato da popolo, e tutta attenta a seguire lo svolgersi lento e inevitabile del contrasto tra Cesare e Pompeo, quest’ultimo tendente a sollevarsi al posto di estremo difensore della repubblica.

Cicerone in quei frangenti capì che dalle mani di Cesare e di Pompeo la repubblica comunque non sarebbe uscita salva; capì che prer l’uno serviva di scusa il popolo, per l’altro il senato; capì che era l’ambizione che metteva di fronte questi due uomini. Costretto a scegliere, dopo mesi di tentennamenti, si decise per Pompeo, che subito raggiunse a Durazzo. Dopo Farsàlo egli attese a Brindisi l’arrivo di Cesare, che aveva inseguito Pompeo in Egitto.

Nel settembre del 47 Cicerone andò incontro a Cesare che era sbarcato a Taranto, e fu accolto con simpatia e deferenza. Gli fu concesso tacitamente di vivere con una certa libertà, ed egli prima raggiunse Roma e poi errò con l’anima in pena tra le sue ville di Tuscolo e di Arpino, rattristato per il ripudi che fu costretto a fare della moglie Terenzia e per la morte della diletta figliuola Tulliola. Si sposò una seconda volta con una ricca giovinetta, Publilia, dalla quale fu costretto ben presto a separarsi. Cosi, rimasto solo col suo tormento di cittadino e di uomo, non gli restò che riprendere i suoi studi di filosofia e la sua attività di scrittore, dando alla luce L’Hortensius, gli Accademici, Il De Finibus Bonorum Et Malorum e preparando il materiale per gli altri trattati (Tusculanae, De natura deorum, De officis, ecc.). Ma il 15 marzo del 44 i congiurati pugnalarono Cesrae, facendo segnacolo di libertà il nome di Cicerone, il quale si illuse che la stirpe dei Bruti avesse liberato, come già una volta, Roma da un tiranno. Volle che i Romani si accorgessero ancora di lui e ne trovò l’occasione.

Credette Antonio nemico della patria, ma odiò più che altro gli atteggiamenti dittatoriali in un uomo che non aveva né la forza né la mente di Cesare. Lo combatté, scrivendo e recitando le meravigliose Filippiche, e quando Antonio, battuto a Modena, seppe accordarsi col giovane Ottaviano, Cicerone si accorse che la sua ora era suonata.

Incluso nella lista di proscrizione col consenso di Ottaviano, che pure egli aveva appoggiato con tutte le sue forze, tentò di fuggire imbarcandosi a Gaeta, ma poi volle tornare indietro e prima di giungere alla sua villa fu raggiunto dagli uomini di Antonio, e porse senza rimpianto, quasi felice di morire, la testa ai sicari di fronte all’azzurro meraviglioso del mare di Formia il 7 dicembre del 43 a.C. La sua testa fu portata a Roma e piantata sui rostri della tribuna donde i suoi concittadini lo avevano tante volte sentito parlare.

 

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